Le Amazzoni, le donne guerriere – tra legenda e storia

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La storia dell’Amazzonia è stata in gran parte segnata dall’avidità dei conquistadores prima e dallo sfruttamento atroce e indiscriminato dei grandi latifondisti poi. Tutto ha inizio nel 1540 quando lo spagnolo Gonzalo Pizarro, fratello del Conquistatore, decide di organizzare una spedizione al “Paìs de la Canela” che suppone essere ad oriente di Quito. La spedizione parte da Cuzco con 180 soldati, 3.000 indios della regione, alcuni schiavi negri, 100 cavalli e 600 cani da guerra. Nel percorso passa per Huànuco ed entra a San Francisco de Quito.
A Quito Gonzalo Pizarro arruola nelle sue file il capitano Francisco de Orellana per svolgere le funzioni di luogotenente e decide di proseguire verso la provincia di Quitzos, ultimo lembo del territorio incaico. Ma le ricerche del “Paìs de la Canela” non danno buoni frutti e Pizarro decide allora di dividere la spedizione in due tronconi. Il primo, al suo comando, si addentra nella selva mentre il secondo, con a capo Orellana, risale il fiume Santa Ana con il brigantino San Pedro.
In vista delle difficoltà trovate durante tutto il tragitto, Pizarro e parte della truppa si accampano sulle rive del rìo Coca, e Orellana viene incaricato di proseguire nella navigazione per recuperare viveri per tutto il resto della truppa ormai sfinita. Con il brigantino San Pedro continua quindi la navigazione sul rio Napo fino ad arrivare, il 12 febbraio del 1542, ad una gigantesca foce che risulta essere niente di meno che la confluenza del Rio delle Amazzoni con le due foci del Napo. Fu così che partendo dalla capitale dell’antico Perù, Cuzco, viene scoperto il Rio delle Amazzoni, il fiume di maggior portata del mondo, dalla spedizione di Orellana che porta a termine questa memorabile gesta.

La prima navigazione da parte di un occidentale del Rio delle Amazzoni avviene quindi quasi per errore. Come Cristoforo Colombo era partito alla ricerca di una nuova rotta per le Indie, così Orellana era partito per una spedizione abbastanza semplice: doveva solo trovare dei viveri per rifocillare i combattenti spagnoli di Pizarro.
Le straordinarie avventure della spedizione di Orellana vengono conosciute e divulgate grazie al racconto del frate erudito francese Gaspar de Carvajal che lo accompagnava in tutte le missioni con il compito di redigere il diario di bordo.

 

Nel 1542 un gruppo di uomini guidati dal capitano spagnolo Francisco de Orellana stavano esplorando un grande fiume, del quale non conoscevano il nome. Avevano avuto incredibili vicissitudini, che ho narrato nel mio libro “1542 I primi navigatori del Rio delle Amazzoni”. Ad un tratto giunsero presso un luogo misterioso, e dopo alcuni scontri con indigeni, notarono la presenza di alcune donne guerriere, che in seguito denominarono “Amazzoni” ricollegandosi a dei miti greci

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http://www.piazzasanremo.net/2012_07_01_archive.html

 

http://www.mondimedievali.net/barbar/sarmati.htm

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Qui di seguito riporto il capitolo del  libro dove descrivo il contatto degli spagnoli guidati da Francisco de Orellana con le donne guerriere.

Questi canali si distanziavano dal braccio principale. Erano traboccanti di tronchi, liane e vegetazione galleggiante, che ostacolavano il passaggio.
Di tanto in tanto si sentiva il tam tam di tamburi lontani. Era come se qualcuno li controllasse e, da distante, informasse altri del loro arrivo.
Il 22 giugno 1542 i navigatori giunsero in una terra ricca, dove i villaggi si susseguivano uno dopo l’altro.
Alcune canoe s’avvicinarono ai vascelli degli europei e gli indigeni che le conducevano si rivolsero agli intrusi facendo gesti strani e parlando una lingua incomprensibile. Stavano burlandosi di loro? Forse volevano solo comunicare, ma i loro buffi motteggi furono interpretati come scherni.
Orellana, irritato da quello strano atteggiamento, diede l’ordine di colpirne alcuni con le balestre. Quindi, dopo aver navigato circa una lega, decise di approdare presso un villaggio, nell’intento di approvvigionarsi.
Il loro sbarco però fu reso difficoltoso da nugoli di frecce lanciate da altri nativi bellicosi e urlanti.
Gli spagnoli, che utilizzavano corazze di grandi tartarughe come scudi, risposero con balestre e archibugi, uccidendo vari indigeni. Alcuni di loro, prima di gettarsi ferocemente contro gli invasori, danzavano in modo bizzarro, come se dovessero rendere omaggio alla Divinità prima di andare a morire, nell’intento di difendere la loro terra.
Nel pieno del combattimento, gli stranieri notarono delle donne guerriere, alte, bianche e muscolose, che scagliavano le loro frecce con precisione, tanto che ferirono cinque spagnoli, tra i quali il frate Carvajal, colpito al basso ventre. Erano le Amazzoni.
Ecco una sua descrizione della battaglia, tratta dal suo libro Relaciòn del nuevo descrubimiento del famoso Rio Grande que descubriò por muy gran ventura el Capitan Francisco de Orellana:

Queste donne sono bianche e alte e hanno i capelli neri uniti con trecce. Sono muscolose e coprono le loro parti intime con vesti di cuoio. Camminano fiere con archi e frecce e combattono con la forza di dieci uomini…Questa battaglia durò più di un’ora, e i nativi non si perdevano d’animo anche se vedevano morire i loro compagni…Questi uomini sono sottomessi e tributari delle Amazzoni. Le donne guerriere, che erano dodici e che vedemmo chiaramente, attaccavano davanti a tutti e davano ordini ai nativi. Chi retrocedeva veniva ucciso dalle Amazzoni, questa fu la ragione di tanta aggressività… Fu Nostro Signore che ci diede la forza e l’animo per combattere quelle donne. I nostri uomini uccisero sette od otto Amazzoni e, alcuni indigeni, vedendo ciò, si spaventarono e furono anch’essi uccisi e altri scapparono. Ma siccome stavano arrivando al villaggio molti altri nativi armati il capitano ordinò d’imbarcarsi e ritirarsi. La cosa non fu facile perché altre canoe s’avvicinavano ai battelli e altre frecce vennero scagliate ma alla fine riuscimmo a raggiungere il centro del fiume dove la corrente era più forte.

Durante lo scontro Orellana prese prigioniero un nativo, che giorni dopo venne interrogato e descrisse gli usi e i costumi delle donne guerriere.
Quindi gli spagnoli ormeggiarono in un altro villaggio, nella speranza di trovare cibo e riparo. Non fu così. Anche in quel luogo furono attaccati da furiosi nativi che gli tirarono molte frecce, una delle quali colpì ad un occhio proprio il frate Gaspar de Carvajal.
Il religioso, trafitto due volte nello stesso giorno, perse l’occhio, con terribili sofferenze.
Gli altri uomini della spedizione lo aiutavano tentando di medicare l’orbita vuota e insanguinata, ma lui non si lamentava, anzi ringraziava il Signore per aiutarlo a superare quelle che lui chiamava prove di fede, non cessando di dare conforto agli altri feriti. Mai imprecò contro i nativi, ma anzi capiva la loro situazione e si rendeva conto che si sentivano minacciati, da esseri strani che attraversavano il loro territorio.
Il giorno successivo i vascelli furono nuovamente circondati da più di duecento canoe d’indigeni, che suonavano trombe e battevano tamburi eccitandosi prima della battaglia. Orellana diede l’ordine di sparare e riuscì ad uscire da quella morsa a tenaglia che avrebbe potuto significare la fine. Le imbarcazioni si diressero verso un canale, nella speranza di riuscire a distanziare i nativi e rientrare poi nel braccio principale. Quasi vicino alla confluenza con il fiume però, gli autoctoni si erano posizionati a barriera, per chiudere il passo agli stranieri e costringerli alla resa. Fu l’ennesima, aspra battaglia e grazie agli archibugi, i viaggiatori riuscirono nuovamente a guadagnare il centro del fiume dove la corrente si stava facendo molto forte. Si stavano infatti avvicinando al luogo dove oggi sorge la città di Obidos, nel quale il fiume è più stretto in assoluto, poco più di 1900 metri. La sua profondità raggiunge i cento metri e la corrente è fortissima.
Dopo circa un giorno di navigazione scorsero la confluenza di un grande corso d’acqua, chiamato Tapajos, proveniente da destra. Quindi si fermarono per passare la notte in un’ampia spiaggia.
Orellana ne approfittò per interrogare il nativo preso prigioniero durante la battaglia con le Amazzoni.
Quell’uomo raccontò che il signore del villaggio dove si svolse la battaglia si chiamava Couynco, ed era tributario delle Amazzoni, o Cunan, che in Tupì-Guaranì significa donne.
Ecco un estratto della descrizione della fantastica tribù delle Amazzoni, dal libro di Carvajal:

Di queste donne guerriere sentimmo notizia durante tutto il viaggio, ma fu il Capitano che, parlando con un indigeno e intendendo la sua lingua, poté sapere di più sul loro modo di vivere. Il Capitano chiese chi fossero quelle donne che erano venute a fare loro guerra. L’indigeno disse che vivevano nell’interno a circa sette giorni di cammino dalla sponda del fiume, e siccome quel Cacique Couynco è di loro vassallo, erano venute a controllare quelle rive. Il Capitano gli domandò se queste donne fossero sposate: l’indio disse di no, e raccontò che andò varie volte nella loro terra, in quanto vassallo che ivi viaggiava per portarvi il tributo. Il Capitano domandò se queste donne erano molte e l’indio disse di sì e che lui sapeva che vi erano settanta villaggi, li contò davanti a noi e disse che era stato in alcuni. Il Capitano domandò se le capanne di quei villaggi erano di legno e paglia: l’indio disse di no, disse che erano di pietra con porte di legno e che da un villaggio all’altro vi erano sentieri delimitati da entrambe le parti a volte chiusi e controllati per far pagare il tributo a chi vi volesse transitare. Il Capitano domandò se queste donne partorissero: l’indio disse di sì. Il Capitano gli chiese come fosse possibile, non essendo sposate e non risiedendo nessun uomo con loro. L’indio disse che a volte quelle donne riuniscono grandi eserciti e vanno a fare la guerra a un gran signore che domina una terra attigua alla loro. Con la forza portano degli uomini nei loro domini e li tengono prigionieri per mesi. Una volta che sentono di essere in cinta, li rinviano alle loro terre. Quando viene il tempo di partorire, se nasce un maschio lo uccidono e inviano il corpo al padre, se invece è femmina la crescono con grande solennità e le insegnano le cose della guerra. Disse anche che tra tutte quelle donne ce n’è una che comanda sulle altre e le tiene tutte sotto la sua giurisdizione, che si chiama Conorì. Disse che c’è molta abbondanza d’oro e argento del quale fanno largo uso le donne patrizie, mentre le plebee si servono con ciotole di legno o terracotta. E disse che vanno vestite con lana fina che viene dalle pecore del Perú…

In seguito alla descrizione del nativo si seppe che le Amazzoni vivevano in numerosi villaggi situati nell’interno di quello che oggi viene chiamato Rio Jamundà, allora detto Conuris.
Imponevano dei tributi sui popoli soggiogati e non si sposavano, ma s’accoppiavano con i loro prigionieri, che poi rinviavano alle loro terre. Un’altra leggenda relazionata a questo mito, narra che dopo una notte d’amore con un’Amazzone chi era ragazzo ne usciva vecchio.
Se nasceva un maschio lo uccidevano e a volte ne inviavano il corpo al villaggio da dove proveniva il padre. Se nasceva una femmina, si prendevano cura di lei e le insegnavano l’arte della guerra. Nelle loro abitazioni vi era argento e oro in grande abbondanza e anfore di terracotta riccamente adornate. A volte si vestivano con abiti di cotone dai colori sgargianti, ma più spesso andavano in giro nude, coprendosi solo le parti intime. Sempre secondo il racconto dell’autoctono le Amazzoni credevano nel Dio Sole, che adoravano in vari templi dove vi erano anche idoli femminili.
Anche il religioso Cristobal de Acuña, che visitò la zona nel 1637, riportò varie notizie delle Amazzoni. Acuña descrisse il lago Parime, da dove le donne guerriere estraevano sale e una pietra di giada chiamata Muirakitan. Questo minerale, la pietra filosofale dell’Amazzonia, veniva utilizzato come amuleto e simbolo e per ingraziarsi gli Dei.

 

Resta il fatto che proprio grazie alla loro apparizione Gaspar de Carvajal comincia a chiamare il fiume teatro dello scontro, il Rio delle Amazzoni.

Meno di vent’anni dopo la spedizione di Orellana, nel 1560, il vicerè del Perù incarica il generale spagnolo Pedro de Ursua di ridiscendere la Cordigliera Delle Ande e di andare alla ricerca del mitico regno di El Dorado, con la leggendaria città di Ma-Noa. Le leggende che circolano su questa città sono le più suggestive:

“Su di un’isola c’è Ma-Noa, in un grande lago isolato. Le case compreso le pareti e il tetto, sono costruiti in oro puro e si riflettono in un lago pavimentato d’oro. I servizi da tavola e gli oggetti più comuni sono in oro o in rame o in argento. Quelli d’uso quotidiano sono fusi in rame, argento. Nel centro dell’isola si erge un tempio dedicato al sole. Intorno all’edificio del sole ci sono statue d’oro che rappresentano i giganti…”.
Sono proprio queste leggende a influenzare il vicerè del Perù che organizza quindi la spedizione. Ma non appena l’esercito di Ursua raggiunge l’Amazzonia, un oscuro sottufficiale basco di nome Lope de Aguirre si ammutina, mette a morte il generale e
si autoproclama non solo comandante della spedizione ma anche re dell’Amazzonia.
E chi non vuole seguirlo e gli si oppone viene ucciso impietosamente.
Ma l’avventura di Aguirre non ha un lieto epilogo e si perde nei labirinti d’acqua amazzonici. Le ricerche della mitica Ma-Noa risultano infatti vane e solo uno sparuto gruppo di uomini comandati da Aguirre riesce a raggiungere l’estuario dell’Orinoco, di fronte a Trinidad, e, dopo essersi impadroniti dell’isola di Margarita, l’isola dei cercatori di perla, viene sconfitto dalle forze lealiste in Venezuela. Naturalmente Aguirre viene condannato a morte e tutto ciò che resta della sua storia è la sua breve preghiera pronunciata sul patibolo prima di porgere la testa al boia:

“Dio, se devi farmi qualche grazia, fammela subito; Quanto alla gloria, puoi conservarla per i tuoi santi”.

Il carattere fantastico e mitico di questa spedizione non poteva però non arrivare ai giorni nostri e non interessare una serie di artisti che hanno cercato di rappresentare le avventure di Aguirre in diversi modi.

Ricordiamo ad esempio due splendidi film, il primo del 1972 di Werner Herzog, Aguirre, furore di Dio e il secondo del 1987 di Carlos Saura El Dorado.

Entrambi i film rappresentano la storia di Aguirre come una metafora della sfida tra uomo e natura, del rapporto dialettico tra possibile e impossibile, tra reale e immaginario. E’ la sfida suprema della civilizzazione forzata europea contro la natura e le popolazioni locali. E’ una metafisica discesa negli abissi della follia umana, lungo le insidie della natura, negli ottusi e irremovibili meandri della sete di potere e di ricchezza della psiche umana. In fondo non ci sono alternative all’esito finale della spedizione.

Che cose’; El Dorado; Dove ; Ma-Noa; Sembrano essere l’isola che non c’è’, magari un astuto trucco indios per condurre l’invasore alla giusta rovina.

E’ l’inarrestabile sete di ricchezza e di potere che guida gli uomini nelle gesta più stupide e folli. In questo senso l’esito della spedizione è chiaro fin dall’inizio: è una battaglia contro i mulini a vento, e Aguirre ne paga fino in fondo le conseguenze.

Secoli di saccheggi e di distruzioni. Abbiamo appena visto come durante queste prime spedizioni del XVI secolo in Amazzonia i conquistadores facciano la loro conoscenza con i nativi e gli incontri non siano sicuramente dei più amichevoli. Proviamo a dare dei numeri, drammatici nella loro crudezza.

Si calcola che gli Indios dell’Amazzonia nel XVI secolo fossero circa cinque milioni mentre oggi sono poco più di 200.000. Per ogni secolo di storia, quindi, un milione di Indios è stato ucciso. Il primo popolo ad estinguersi fu quello dei Tupinamb?, poi quello dei Tupiniquins, dei Tamoios, e così via. Ma le cronache pubblicate dagli storici portoghesi dell’epoca raccontano come a causa della schiavitù o dello sterminio sistematico vari gruppi indigeni siano scomparsi, sin dai primi anni dopo la conquista, senza che la storia abbia potuto registrare i loro nomi. Nonostante che Papa Paolo III, con una bolla papale del 1537, dichiarasse che gli indios erano “veri uomini”, le brutalità contro di loro continuarono.

Tra le distruzioni più terribili ricordiamo quella del 1644 compiuta dal capitano Pedro da Costa che incendia circa 300 villaggi uccidendo 800 indios; quella di Benito Maciel Parente che dichiara di aver ucciso 15.000 Tapajos in un solo giorno, mentre Belchior Mendes de Morasi arriva ad ucciderne, secondo quanto da lui sostenuto, sempre in un solo giorno, 20.800.

Nell’Ottocento, con la scoperta del caucciù (“legno piangente” in lingua indio), i seringueiros iniziano a distillare la gomma dall’albero Hevea Brasiliensis e per evidenziare l’importanza di tale albero ricordiamo che esso dà addirittura il nome alla nazione del Brasile !

La foresta amazzonica viene così invasa da una moltitudine di lavoratori della gomma che iniziano a mettere alle proprie dipendenze gli indios costringendoli a lavorare in maniera disumana ed ammettendo ogni tortura e maltrattamento su di loro. Un latifondista di nome Josè Fonseca imponeva ai suoi uomini spedizioni punitive contro i nativi, mentre un altro proprietario Armando Normand organizzava, per sè e i suoi amici, macabre competizioni di tiro a segno con le sagome viventi degli Indios.
L’epoca d’oro del caucciù amazzonico termina nel 1876 con l’azione di lord De Wickam che riesce a rubare i semi dell’albero della gomma e ad iniziare la coltivazione di intere piantagioni in Malesia a Ceylon.
All’epoca dei seringueiros si sostituisce quella dei garimpeiros, i cercatori d’oro, e poi quella dei grileiros, trafficanti di terreni, dei castanheiros, raccoglitori di noci, dei madheiros, cercatori di legni pregiati, e così via… Le vittime, però, erano e sono sempre le stesse: gli indios.

L’Amazzonia durante la guerra fredda.

Nell’introduzione di questo articolo abbiamo giù sottolineato come vi sia una stretta relazione tra avvenimenti che apparentemente non sembrano avere nessun legame. Ad esempio il 4 ottobre 1957 E’ una delle date più importanti per la foresta amazzonica e cerchiamo di spiegarne il motivo.
In quel giorno i russi lanciano in orbita il primo satellite artificiale della storia, lo Sputnik, generando il panico tra gli uomini del pentagono americano. Si tratta di uno smacco inammissibile e preoccupante per il governo degli Stati Uniti che evidenzia il progresso tecnologico preoccupante dei russi. Per tutta risposta l’Amministrazione statunitense crea immediatamente l’Advanced Research Projects Agency (ARPA), una struttura interna al Dipartimento della Difesa, con l’intenzione esplicita di ristabilire il primato americano nelle scienze applicate al settore militare.
Come conseguenza della guerra fredda, l’Amazzonia viene individuata come riserva naturale di materie prime da utilizzare per fini militari: le risorse sono nascoste nella foresta, basta solo andarle a recuperare.
Nel 1964 il governo golpista brasiliano stipula un accordo con la Air Force Usa consentendo loro di fotografare tutta l’Amazzonia. Scrive Galeano nel suo bellissimo libro “Le vene aperte dell’America Latina”:
“Avevano usato un corredo di scintillometri per individuare i giacimenti minerali attraverso l’emissione di onde di luce a intensità variabile. Si erano serviti di elettromagnetometri per radiografare il suolo ricco di minerali non ferrosi e di magnetometri per scoprire e misurare i giacimenti di ferro. I rapporti e le fotografie sull’estensione e la profondità delle ricchezze segrete dell’Amazzonia vennero consegnate alle imprese private interessate”.

Ma cosa trovano i militari nella foresta?

Di tutto: oro, argento, diamanti, magnetite, titanio, uranio, quarzo, rame, zinco, cromo, mercurio, piombo, ecc ecc.
L’Amazzonia diventa quindi in questi anni veramente l’eldorado di tantissime imprese private americane che ne vampirizzano le risorse causando la distruzione di migliaia e migliaia di ettari di foresta vergine.
Chico Mendes, il paladino che diede la vita per l’Amazzonia. Ma anche l’Amazzonia ha i suoi paladini e i suoi eroi, uomini che dedicano tutta la loro vita alla lotta contro la sua distruzione e per la salvaguardia del suo immenso patrimonio naturale. Uno di questi uomini, sicuramente il più conosciuto a livello internazionale, E’ Chico Mendes.
Figlio di un seringueiros, Chico nasce nel 1944 a Xapurè, nello stato amazzonico dell’Acre, e fin dall’età di nove anni impara il lavoro di raccogliere il lattice dell’albero della gomma. Ecco come lui stesso racconta le difficoltà di questo mestiere ma anche l’amore per la sua terra:
“Nella foresta il lavoro è duro e pericoloso: bisogna alzarsi alle due o alle tre del mattino e la presenza delle pantere, dei serpenti e di insetti velenosi richiede professionalità e organizzazione. Ma è sempre meglio che nelle città, invivibili e caotiche dove bisogna pagare tutto, anche l’acqua che il buon Dio ci ha dato gratuitamente”.
Nel 1970 i militari incentivano lo sfruttamento dell’Amazzonia con il Piano di Integrazione Nazionale (PNI) e latifondisti del sud, allevatori di bestiame e compagnie di legname invadono le regioni di Acre e Rondonia iniziando i grandi disboscamenti.
Per difendersi dalle violente intimidazioni e dalle occupazioni della terra praticati dai nuovi arrivati che distruggono la foresta togliendo ai lavoratori rurali i loro mezzi di sostentamento, Chico Mendes organizza nel 1975 un sindacato di seringueiros. Le forme di lotta sono assolutamente non violente: gruppi di lavoratori rurali formano blocchi umani intorno alle aree di foresta minacciate dalla distruzione. Questo però presto attrae la collera dei latifondisti, abituati a risolvere gli intoppi sia grazie a politicanti corrotti sia assoldando pistoleri per eliminare gli ostacoli umani.
Queste azioni di contrasto salvano però effettivamente migliaia di ettari di foresta che vengono dichiarati reservas extrativistas, nella quale i lavoratori rurali possono continuare a raccogliere e lavorare il lattice di gomma e a raccogliere frutti, noci e fibre vegetali.
Chico Mendes viene in questo modo conosciuto a livello internazionale, tanto da essere addirittura chiamato a Washington a parlare al Congresso americano. Nel 1987 riceve il premio Global 500 dell’Unep, l’organizzazione dell’Onu per la tutela dell’ambiente. Ma l’essere il leader dei movimenti di tutela della foresta amazzonica lo trasformano anche nell’acerrimo nemico degli oppositori frustrati ed infuriati. Il 22 dicembre del 1988, Chico Mendes, che ha ricevuto diverse minacce di morte, lascia per pochi istanti la sua guardia del corpo e viene assassinato a Xapurè, proprio sulla soglia di casa.
Gli assassini di Chico sono ben conosciuti, sono il proprietario terriero ed allevatore locale Darly Alves da Silva e suo figlio, contrari alla trasformazione in riserva estrattiva di parte del loro territorio. Solo su pressioni nazionali e internazionali si riesce a portare il caso in tribunale e nel 1990 i due vengono condannati a diciannove anni di carcere per l’omicidio di Chico. Nel 1992 la condanna viene per? annullata e quindi gli assassini rimangono ancora impuniti.

 

Fonti

http://www.yurileveratto.com/it/articolo.php?Id=412

http://www.avibushistoriae.com/Rio%20delle%20Amazzoni.htm

STORIA, ARCHEOLOGIA;MITOLOGIA ,

Informazioni su Tanja

Io sono.... Chi sono io? La domanda eterna di ogni persona da sempre. Questo blog è il risultato, lo specchio, il modo, e la strada che sto precorrendo nella mia personale ricerca di risposte a questa domanda In questo blog troverete tutto quello cosa ho scoperto fino adesso e cosa ancora sto scoprendo. Io credo che questa ricerca non finirà mai. Credo che siamo esseri multidimensionali creati da perfezione d’amore incondizionato e universale e come tali anche noi siamo perfetti esseri d’amore con i poteri divini di creazione. Siamo esseri divini che possiedono stesse caratteristiche della nostra fonte. Noi siamo l’amore, la sapienza, la giustizia e la potenza. Una volta ho scritto: Fu una volta un popolo divino........ che dimenticò di esserlo.. dimenticò realtà parallele frequenze divine connessione divina libera connesione divina. Un giorno pieno di luce hanno cominciato...... In che modo continua la favola e in che modo finirà dipende da tutti noi. Adesso dobbiamo solo ricordarci di essere Dei. Per questa ragione ho battezzato il mio blog con questo nome. Mi sento come una Dea che stava dormendo per tanto tempo ed adesso si sta risvegliando. Forse sono ancora un po’ assonnacchiata ma i miei sensi si stano risvegliando sempre di più per poter vedere differenza tra il vecchio mondo e il nuovo mondo che sta nascendo. Quel nuovo mondo, quella nuova realtà è creata nella condivisione. Non poteva essere diversamente perché siamo tutti collegati. Tutti noi siamo un unico organismo vivente che solo collaborando può vivere e crescere. Sono certa che tutti noi, i Dei risvegliati, stiamo creando qualcosa che ancora non esisteva nel multiverso. Sono certa che siamo capaci di farlo unendoci. Questo blog è un mio contributo al condivisione in creazione. Che l’amore ci guida. Tanja

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