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martedì ottobre 29, 2013 21:08

La CAVERNA di Platone E la solitudine del ricercatore del VERO

Posted by Tanja

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Nel trattato La Repubblica,

Platone immagina un gruppo di uomini incatenati sul fondo di una caverna.

Tale condizione impedisce loro di vedere direttamente ciò che avviene allo esterno della prigione.

Possono solo intuirlo, interpretando una serie di ombre proiettate sul muro da alcune torce frapposte tra il loro giogo e l’apertura che conduce all’aria aperta.

Il brutto è che nemmeno quelle ombre rappresentano compiutamente la vera realtà esistente allo esterno.

Ne incarnano una porzione limitata e secondaria.

Le figure che i prigionieri vedono proiettate sul muro, sulle quali basano la loro interpretazione della realtà — infatti — ritraggono solo le sagome di alcuni oggetti trasportati sulle spalle da gruppi di individui che transitano nei pressi della caverna.

E’ ovvio come i prigionieri in questa metafora rappresentino la maggioranza della umanità, alla quale il filosofo attribuisce non solo una sostanziale incapacità di conoscere e comprendere la realtà nella sua essenza più vera, ma anche un ‘castrante’ status di prigionia intellettuale.

L’uomo comune in quanto ‘prigioniero’ non è dunque in grado di abbracciare la realtà nella sua complessità.

Può solo limitarsi ad interpretare alla meno peggio una serie di elementi parziali, giungendo di conseguenza a conclusioni spesso fuorvianti.Nella prosecuzione del racconto uno dei prigionieri riesce a liberarsi dalle catene e risalire in superficie.

La luce del sole risulta abbagliante e dolorosa per i suoi occhi assuefatti alla oscurità, al punto che è tentato di richiuderli e ritornare alla sua vecchia condizione.

Lentamente però gli occhi si adattano alla nuova gradazione, e dopo molta sofferenza l’uomo può finalmente percepire la realtà nella sua autentica essenza.

La verità può quindi rivelarsi così netta e sconvolgente rispetto alle idee accumulate nel corso di una vita di miopia ‘sensoriale’, da suscitare repulsione in colui il quale ne acquisisca la consapevolezza.

Mi torna in mente il personaggio di Cypher, in The Matrix.

Talmente oppresso dalla cruda realtà da agognare di essere rispedito nella placida e deresponsabilizzante ignoranza del mondo virtuale.

Il racconto di Platone si conclude quando l’uomo — rammentando i suoi compagni di prigionia ancora incatenati nella caverna — ridiscende con l’intenzione di liberarli.

Narra loro della sua esperienza alla luce del sole e di quanto la verità sia differente da ciò che quel limitato punto di vista, sotterraneo ed oscuro, inducesse a pensare.

Ebbene, i compagni si rifiutano di credere alle sue parole, ed anzi finiscono per crederlo pazzo e addirittura lo aggrediscono ed uccidono quando tenta di liberarli.

Anche qui la metafora è chiara.

L’uomo comune farebbe qualsiasi cosa pur di non porre in discussione i capisaldi culturali sui quali ha fondato ogni certezza.

Ammettere che la idea di realtà che ha guidato la nostra vita, le nostre scelte, sia parziale, fuorviante o addirittura fasulla, implicherebbe il dover prendere atto di essere fondamentalmente ignoranti e inconsistenti, in quanto costretti in una condizione di invisibile prigionia intellettuale.

Il che per la maggior parte di noi è una idea che travalica ogni limite di sopportazione.

 

 

 

«La solitudine non deriva dal fatto di non avere nessuno intorno, ma dalla incapacità di comunicare le cose che ci sembrano importanti, o dal dare valore a certi pensieri che gli altri giudicano inammissibili. La solitudine cominciò con le esperienze dei miei primi sogni, e raggiunse il suo culmine al tempo in cui mi occupavo dell’inconscio. Quando un uomo sa più degli altri diventa solitario. Ma la solitudine non è necessariamente nemica dell’amicizia, perché nessuno è più sensibile alle relazioni che il solitario, e l’amicizia fiorisce soltanto quando ogni individuo è memore della propria individualità e non si identifica con gli altri.»
(C.G.Jung – Ricordi, Sogni, Riflessioni)

«Comincia sempre da te; in tutte le cose e soprattutto con l’amore.
….amore è portare e sopportare sè stessi. La cosa comincia così. Si tratta veramente di te; tu non hai ancora finito di ardere; devono arrivarti ancora altri fuochi finchè tu non abbia accettato la tua solitudine e imparato ad amare.»
(C.G.Jung – Libro Rosso)

 

 

 

Dopo un certo periodo di ricerca e arrivando a un livello di auto scoperte tutto può cambiare.
Succede questo. Unione di esseri individuali liberi

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